C’è una vecchietta, in mezzo agli alberi. Semina. È minuta, avvolta in una flanella bianca che la veste come un angelo d’altri tempi. Anche le sue mani sono piccole, e pescano in un sacchettino di quelli per il pane.
Pescano, chiuse in pugni piccini e segnati dal tempo. Afferrano e tirano fuori. Per la semina.
Gli alberi seguono la scena, si fanno attorno e distribuiscono macchie di sole e ombra, come se piovesse luce dalle fronde. È tutto verde, e marrone e giallo. La città ruota attorno a questa giovane oasi, in cui anche a settembre si semina.
La vecchina ha i capelli spennellati di rame. Il gioco della luce le regala alla testa qualche riflesso innaturale, d’azzurro leggerissimo e fugace. Scappano via i veri colori, con il movimento della piccola chioma che segue la semina.
Il centro del mondo si è spostato qui, adesso: c’è un brulicare di zampette, un’estasi d’ali frenetiche che cercano e aspettano. Teste minute, poi, beccheggiano al ritmo di una musica che non senti da fuori. “Piccioni” li chiamano, ma sono spiriti di ballerini, e adesso danzano la coreografia dell’ingordigia metropolitana. La manna.
C’è una vecchietta che semina molliche finissime per i suoi piccioni. Il movimento della sua mano abbraccia l’aria, disegnando nel vento sottile di settembre una pioggia che inebria. Musica, maestro.
Platea. A pochi passi, l’ombra di un marito in nero annuisce nel silenzio. Bianco nei capelli quanto scuro addosso. Mani conserte, come il cuore. Chissà da quanto tempo il suo sorriso si appoggia a quel bastone, rassicurandosi nella vista di quel gesto che abbraccia e nutre il mondo.
Un pugno di molliche per il gesto materno che scioglie insieme i colori di gioventù e vecchiaia, e li coniuga in un verso che raddrizza le schiene piegate dalla vita e allarga le labbra ormai grinzose in un nuovo sorriso. Una nuvola di vita secca si sparge su teste brevi e su occhi piatti, divina metafora degli eventi cosmici che hanno un tempo ed un senso solo in base alla prospettiva da cui si osservano.
Questo resta, alla fine di tutto. Siamo stati formiche con sulle spalle il peso inqualificabile degli ingranaggi del mondo. Anche bruchi siamo stati, e abbiamo preso una forma nuova nascendo dalle spoglie di una vecchia vita.
Abbiamo avuto piccole ali, non sapendo come usarle ma spendendo ogni atomo della nostra mortale forza per lib(e)rarci e guardare, finalmente, dall’alto. Per capire di chi sia quella mano che dispensa, dispone, semina.