14/12/11

Dott. Hashimoto, i suppose...

01/12/11

Sottosegretari alla polemica


30 novembre 2011
Il Presidente del Consiglio Monti
Il dado è tratto, ergo la polemica: la nomina dei sottosegretari, passo numero due del nuovo Governo Monti dopo la presentazione dei ministeri, ha già scatenato una nube di commenti negativi. A meno di 48 ore dall'ufficializzazione dei nomi, infatti, sono piovuti gli strali della stampa, quasi tutti centrati sulla parzialità dei designati e sulle presunte lottizzazioni di partiti e gruppi d'interesse quali banche e imprenditoria.

Il Presidente del Consiglio non aveva equivocato sul fatto che di tecnici si dovesse trattare, ma c'era anche un altro punto ovvio: la negatività al test del conflitto d'interessi; tra le indiscrezioni "positive" che avevano fatto ben sperare in questo senso, uno fra i pochi, il nome di Teresa Petrangolini al sottosegretariato alla Salute. Il ragionamento: il segretario di una associazione trentennale non schierata, inserito all'interno della vita politica ad alti livelli, poteva far sperare in un orecchio politico più ampio, direzionato verso i cittadini. La scelta è invece caduta su un medico, Adelfio Elio Cardinale, che ha collezionato una decina di cariche fra università e associazioni di colleghi e la cui moglie Anna Palma è la responsabile della segreteria di Schifani. A volerci veder male, in effetti, un po' di squilibrio lo si potrebbe trovare.

Il paradosso si ripete con tratti più marcati, drammatici, quando si apprende che il nuovo sottosegretario alla Pubblica Amminstrazione è Filippo Patroni Griffi, e quando il suo curriculum recente lo vede come capo di gabinetto per lo stesso Ministero, quando era guidato da Renato Brunetta. Filippo Milone era invece fino a qualche giorno fa consigliere di Ignazio La Russa, Ministro appunto della Difesa. Uomo di fiducia, Milone, certo. Ma fiducia di chi? L'elenco potrebbe continuare inesorabile, ma non serve in questa sede (Nicoli e Perniconi, dalle pagine di "il Fatto Quotidiano", sciorinano con dovizia di particolari) in quanto, oltre al dubbio politico c'è n'è anche un'altro, più difficile da digerire.

Durante il giuramento dei sottosegretari
Si ha tanto l'impressione di facce già note e di nomi già sentiti, e non è solo un'impressione: alcuni dei nomi dei nuovi sottosegretari sono già conosciuti, almeno a chi segue, per esempio, le vicende recenti di un presunto finanziamento di Finmeccanica al Pdl. il nome è quello di Milone, in questo caso, e compare in una conversazione telefonica. Dubbi anche a proposito del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'editoria Carlo Malinconico (presidente della Fieg, che aveva proposto di tassare internet per colmare la non redditività del settore editoriale), a cui l'immobiliarista Diego Anemone regalò una vacanza quando Maliconico era alla segreteria generale di Palazzo Chigi.

Il quadro d'insieme è quello di un progetto che fa già vedere le prime falle, e che si limita nei movimenti proprio perchè i suoi arti sono bloccati da meccanismi rigidi, di settori e classi che non sempre sono trasparenti o interessati alla cosa pubblica. E non è una questione politica, ma se la promessa era quella di una squadra super partes e al di sopra delle polemiche, ci sarebbero un paio di cosette da rivedere.


blitzquotidiano.it
ilfattoquotidiano.it

07/11/11

La pioggia è leghista!

Ci mancava solo che tirasse in mezzo Dio o qualche altra fesseria, per giustificare una affermazione che non c'entra nulla nè con la politica - o con quello che il partito da lui rappresentato millanta di fare - nè con il buon gusto. Parliamo, oggi, nel nostro spazio "Te la potevi evitare", del politichino Davide Cavallotto, classe '76 e Deputato da un annetto, e di una frase da costui pronunciata giusto ieri. Ecco l'oracolo:

"Ora che la pioggia è riuscita nell'impresa in cui aveva fallito il sindaco Piero Fassino, ossia lo sgombero del campo nomadi abusivo sul Lungo Stura Lazio, mi auguro che il Comune provvederà all'identificazione di tutti gli irregolari che vivevano in quel campo"

Si poteva anche aggiungere un prosieguo, alla frase; mi permetto di suggerirne una variante: "Ora che il Comune ha provveduto all'identificazione di tutti gli irregolari che vivevano in quel campo, attendiamo la piena del Po che se li porti tutti a mare, magari in una zona già inquinata così non fanno altro danno".

La felice espressione - di quelle proposte in questa pagina solo la prima è stata detta per davvero, la seconda è un'invenzione di chi scrive - arriva dopo i giorni di sconforto e paura che una parte della popolazione del Nord Italia sta vivendo in seguito al maltempo e alla pessima attività di prevenzione che ha caratterizzato l'operato dei responsabili politici e non di questi anni.

Alcuni sgomberati. Immagine da Repubblica.it
Ora, cosa c'entri la pioggia con la questione Rom e con la supposta mala-gestione di Fassino è un arcano che sfugge come le anguille a mani nude: come se dicessimo "Meno male che il Vesuvio ha eruttato, così è riuscito a eliminare tuti i camorristi che da anni la Polizia insegue senza successo"!

Quindi personalissimi complimenti al Cavallotto, che galoppa seguendo l'illuminata e sempre corretta (politicamente e, in questo caso, socialmente) scia della sua accolita, riuscendo a far propria anche la furia degli elementi e a inquadrarla nel padanissimo progetto di sicurtà e legalità.

Il post l'ho scritto perchè un semplice "Ma stai zitto, cretino" non mi bastava.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20111107_143400.shtml
http://www.davidecavallotto.com/
http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/11/07/news/cavallotto_lega_grazie_a_pioggia_sgomberati_campi_rom_a_torino-24579763/

05/11/11

Pacco con mattone ad Assisi

La strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, recita l'adagio. e quando la strada conduce, invece, verso uno dei luoghi più importanti della cristianità, come la mettiamo? La mettiamo male, nel caso di Assisi, e della strada costruita con il progetto - risalente all'inizio degli anni duemila - "Un mattone per Assisi". Facendola breve, il Comune e una società privata (più altri soggetti, in misura minore) si mettono in testa il progetto di una mattonata lunga più di un chilometro, che ripercorra un percorso francescano, ma offrono la possibilità di inserire sul laterizio il nome, cognome e la città di provenienza di chi accetta di aderire. è la solidarietà 2.0, mista a quello spirito di protagonismo ormai necessario, anche in una occasione decisamente drammatica, come quella al centro del progetto.

Un tratto della mattonata
Il "Mattone per Assisi", infatti, era reclamizzato come una possibilità di contribuzione alla ricostruzione della città, colpita qualche settimana prima da un tremuoto notevole, che fece molti danni anche alle attrazioni principali della città francescana, e ovviamente agli ingenti introiti realizzati con santini, guide, parcheggi, souvenir, ristorazione, et similia; coinvolti anche Mengacci e Castagna nelle operazioni pubblicitarie, l'iniziativa ebbe un discreto successo: più di 80.000 persone, da tutte le parti del mondo, infatti, sottoscrissero la donazione.

Così l'effetto è sicuramente suggestivo, anche se i nomi compaiono per i primi 700/800 metri della camminata, per poi svanire diverse decine di metri prima della piazza di accesso alla cittadina. non si tratta di opera demoniaca, però, ma della semplice evoluzione di una vicenda tutta umana e simile a tante altre che possiamo rintracciare in "ambito mattone" nel nostro bel Paese. Ad Assisi, in particolare, succede che la società privata di cui sopra ("Stadio 2000" è il nome, diretta da un ex arbitro poi condotto al Regina Coeli) dichiari fallimento esattamente dopo aver incassato il denaro delle donazioni, e che il Comune sia costretto a comprare - con i soldi di tutti i contribuenti - i mattoni mancanti, oltre ad occuparsi dei piccioli necessari alla realizzazione pratica della strada. Sono, naturalmente, seguite indagini e piccoli scandali, ma non è il caso di approfondire in questa sede.

Il tutto ricorda gli aneddoti da leggenda metropolitana delle fregature prese in certi quartieri, quando ti si offre il cellulare ultimo modello e te lo rimpiazzano poi con un simpatico e calibrato mattone. Pacco con mattone, direi...

http://www.assisimattonata.com/default.asp
http://dust.it/articolo-diario/il-sentiero-delle-tentazioni/
http://www.dooyoo.it/guide-metropolitane/assisi-citta/340499/

21/10/11

Muhahaha'ammar

18/10/11

La protesta, come prima e come sempre

fonte: Parolibero.it

L'equivalenza non è chiara, eppure dovrebbe essere lampante sotto i nostri occhi: centomila persone in piazza, su una popolazione di oltre sessanta milioni, non sono nulla; potrebbero essere un campione rappresentativo, certo, ma non è di statistica che si parlava sabato scorso, a Roma, e nelle altre piazze del mondo, e non è con un numero sì sparuto di manifestanti, quand'anche fossero stati un milione o più, che si può sperare che cambi qualcosa. Le motivazioni sono almeno tre e in nessuna di queste rientrano le azioni di chi lanciava sampietrini o sfasciava alla bisogna; per queste azioni si può utilizzare il termine “corollarie”.

Motivo uno del fallimento: la piazza, e non si parla fisicamente di piazza San Giovanni, è lontana dai palazzi dove si prendono le decisioni. Da quei palazzi, gli occupanti manco si affacciano perché benissimo sanno che le regole le si impartisce dall'interno, dalle poltrone e dai tavoli in cui (ci) si spartisce il reddito di un intero paese mentre il diritto al lavoro, alla pensione, alla scuola e alla sanità si declassano a voci di bilancio ridimensionabili nei momenti di crisi. La piazza è lontana, la piazza non si può sentire. Basta rimembrare il vergognoso trattamento riservato alle idee del prof. Biagi, le cui teorie sono state riadattate (leggasi: “volutamente snaturate”) per piegare e fiaccare la parte migliore della forza lavoro italiana? In quel caso, correva l'anno 2002, le stime parlavano di tre milioni di persone in piazza, di un movimento epocale, da primavera o da ottobre rosso. Inascoltato, però. Forse non si è urlato abbastanza. O forse c'era troppa distanza da chi doveva ascoltare.

Motivo due: qualsiasi assembramento di soggetti, quando si supera una certa soglia di numero e tensione, può dare luogo alla presenza di individui che possono agire approfittando dell'anomia di cui si gode quando si è all'interno di una folla, nel bene e nel male. La regola vale se lanci un sampietrino, come se gridi lo slogan di un partito che non stimi ma trovi giusto in quell'occasione. È la massa, baby. Non tutto si può prevedere, non tutto si può controllare. Tien'anmen 1989, Seattle 1999, la storia docet e le dinamiche sono le medesime, così come i risultati: se questi soggetti riescono a mandare in malora il senso della manifestazione - non il discorsetto finale, attenzione, ma l'equivalenza “più siamo in piazza, prima e meglio cambiano le cose” - per un numero di persone che è a loro superiore in misura di centocinquanta volte, vuol dire solo che quelle poche centinaia di facinorosi sono estremamente brave, o che c'è qualcosa sotto.

Motivo tre, vale a dire “vediamo cosa c'è sotto”: nulla, non c'è assolutamente nulla. Come nelle prime pagine dei quotidiani di casa nostra, all'indomani dei fatti; nessun commento sui motivi della discesa in piazza, nessuna intervista per capire cosa si farà. Solo la grande e assordante grancassa delle dichiarazioni di condanna unanime - bella forza - delle proposte di identificazione, scotennamento e, perchè no, di eliminazione fisica dei responsabili. Da questi titoli si contano tre giorni, e non ci sarà più nemmeno quello. Esempio storico è Genova, 2001: ne parliamo ancora solo perchè qualcuno non si è più rialzato dal selciato di quella piazza: i motivi se li ricorda ancora qualcuno? Era il G8? Ma è cambiato qualcosa da allora?

Chi scrive, alla manifestazione non è andato. Non ci va da tempo, alle manifestazioni. Lascia lo spazio ad altri, che per illudersi – di cambiare in questo modo lo status quo - c'è sempre tempo.

18 ottobre 2011

http://www.repubblica.it/online/politica/manifestazione/arrivo/arrivo.html
http://en.wikipedia.org/wiki/WTO_Ministerial_Conference_of_1999_protest_activity
http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_piazza_Tiananmen

13/07/11

Bielorussia: Lukashenko continua ad usare il pugno di ferro

[fonte: http://www.parolibero.it/it/politica/lukashenko-repressione-bielorussia.htm ]

L'ultima tornata di manifestazioni in Bielorussia, lo scorso mercoledì, si è trasformata nell'arresto di 400 persone tra cui 25 giornalisti, questi ultimi tutti di testate non filogovernative. Nemmeno tre giorni prima, inoltre, 300 fermi e 40 condanne-lampo in occasione di una contro-manifestazione ai festeggiamenti per la commemorazione dell'indipendenza del paese. Una mattanza tale richiamerebbe immagini di incendi di cassonetti per le strade e vetrine danneggiate, ma la realtà è ben lontana: la protesta è armata del solo battere delle mani. Le accuse, infatti, sono per atti vandalici di portata ridicola: Aliaksandr Otroshchenkov rischia quattro anni di detenzione per aver colpito una recinzione di legno, e fino a 15 anni sono stati proposti per chi organizza disordini di massa.

Il motivo per cui la gente sta scendendo in piazza – ed è stata arrestata perchè sorpresa a riunirsi in gruppi maggiori di due o tre - a Minsk come nelle altre città della Bielorussia, è rintracciabile in molti episodi del governo Lukashenko: negli ultimi 17 anni (tanto è infatti il tempo trascorso da che "l'ultimo dittatore d'Europa" si è imposto sul popolo) ha promosso e goduto di leggi e referendum che hanno polverizzato i limiti alla candidatura presidenziale, giungendo di fatto al quarto mandato consecutivo (20 dicembre 2010) senza mai permettere nessuna opposizione. Proprio perchènon riconosciuto dagli stati europei e contestato anche da rappresentanti USA, Lukashenko ha quindi allontanato la Bielorussia dall'influenza europea per avvicinarla e legarla alla Russia di Putin. Non ha evitato di ricalcare lo schema di repressione di ogni forma di autoritarismo, con un parlamento composto da 110 fedeli e una prigione di stato che si riempie di prigionieri politici come ai tempi dei soviet, quasi tutti giornalisti e politici avversari in campagna elettorale.

Ai bielorussi pare che non sia rimasto molto, se non scendere in piazza e provocare in maniera incontestabile – ma punibile, stiamo vedendo – per dimostrare il loro sdegno. E magari per chiedere aiuto.

A questo punto infatti, in un racconto, ogni buon narratore inserirebbe un prevedibile barlume di speranza, un soggetto terzo e magari anche super partes che chieda seriamente spiegazioni a Lukashenko e, possibilmente, lo fermi quanto prima. L'Unione Europea sarebbe un soggetto adatto al ruolo in questione: conosce la problematica, perchè gli osservatori OSCE hanno monitorato le ultime elezioni, non le hanno ritenute valide e hanno anche avviato un dialogo con soggenti di spicco dell'opposizione politica e civile. L'Europa si è mossa in netto ritardo in Libia, ma potrebbe - adesso che ha un occhio in parte aperto - evitare di regalare sangue alle strade bielorusse.

Eppure, per adesso almeno, il narratore pare a corto d'idee, in tale senso: le misure attualmente in vigore contro Lukashenko sono relative ai visti del suo entourage, e nemmeno le ultime dichiarazioni di Miroslav Lajcak, responsabile displomatico UE, lasciano intendere una decisa preoccupazione per gli eventi in corso. Lajcak, infatti, valuta – ma con tono molto serio - che la repressione attuata da Lukashenko sia il << Segnale chiarissimo che il regime sta perdendo il controllo >>.

13 luglio 2011

http://www.presseurop.eu/it/content/article/536271-lukashenko-dittatore-di-casa-nostra
http://notizie.virgilio.it/notizie/esteri/2011/07_luglio/12/bielorussia_ue_sospetta_che_lukashenko_stia_perdendo_controllo,30467717.html
http://www.repubblica.it/esteri/2011/07/07/news/bielorussia_fermati_250_oppositori-18786155/

16/05/11

Piacere, o forse no?

Dal sito http://brukonomicon.tumblr.com/ l'immagine di cui sopra. La cito perchè innanzitutto trovo di un irresistibile umorismo l'idea che si possa capire un popolo che si definisce "padano", e poi perchè il fatto che il conoscerlo sia un piacere è tutto da vedere...

12/05/11

Il Vaticano sul banco degli imputati?

Cum profundissima et sincera gioia accogliamo la notizia secondo la quale un tribunale civile degli U.S.A. ha citato in giudizio niente poco di meno che il Vaticano, per una vicenda di sospetta pedofilia accaduta nel lontano 1965; la vittima aveva accusato il reverendo Andrew Ronan, deceduto nel 1992, di averlo molestato a Portland (Oregon) e l'accusa nei confronti del Vaticano è adesso anche relativa al non aver preso nessun tipo di provvedimento, a parte il trasferimento, nei confronti del sacerdote già protagonista di episodi simili in Irlanda e a Chicago.
La conferma dell'accusa arriva dal Giudice Federale Michael Mosman, dello Stato dell'Oregon, che ha chiesto alla Santa Sede di produrre entro il 20 giugno documentazione relativa alle regole di nomina e trasferimento dei sacerdoti, oltre che chiarimenti per quanto riguarda la responsabilità dei prelati e sul comportamento adottato in caso di accuse per molestie sessuali.
Il trono di Pietro, al momento, si limita a fare opposizione a spron battuto, sostenendo di non essere responsabile per questo aspetto del comportamento dei suoi uomini in abito talare: testimonianza è l'intervento dell'anno scorso presso la Corte Suprema, a seguito della pronuncia di un giudice di Portland in cui si indicava il Vaticano come responsabile in quanto "datore di lavoro" nei confronti dei sacerdoti acusati di molestie sessuali; ma la massima autorità giuridica degli U.S.A. ha negato l'immunità diplomatica della Santa Sede, rimettendo ipso facto la pronuncia finale nelle mani del giudice locale e considerando plausibile l'ipotesi della respinsabilità del datore di lavoro.
Jeffrey Lena, legale della Santa Sede, non ritiene il Vaticano imputabile in questo caso, e adduce una responsabilità riguardante solo la gerarchia spirituale. In sintesi, non ritiene opportuno considerare il Vaticano come un datore di lavoro e quindi come responsabile della condotta di un dipendente nell'esercizio delle sue funzioni. Di fatto, però, rimane il sospetto - forte - che il Vaticano per nulla tenesse sotto controllo il prete in questione, e che gli eventuali provvedimenti di trasferimento e ammonizione siano stati messi in atto sempre, comunque e SOLAMENTE DOPO il fatto compiuto. Anche quando il pretonzolo pare ricascarci.
Consegnare dei documenti da cui potrebbe anche solo trapelare questa eventualità non converrebbe a nessuno, di qualsiasi colore e grado sia la sua tunica, quindi la riluttanza della Santa Romana eccetera è più che comprensibile; ma ci piace considerare come qualcosa di positivo il fatto che finalmente qualcuno abbia avuto il coraggio e l'appoggio per chiedere ai prelati di dare finalmente qualche spiegazione.
http://www.wallstreetitalia.com/article/1128539/pedofilia-corte-usa-potra-esaminare-documenti-interni-vaticano.aspx
http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5hA7sbM-DFT_BMaETrkFVRS4EiG-A?docId=ab713cd3276449e1928044903854f9f3
http://www.blitzquotidiano.it/agenzie/pedofilia-usa-chiedono-di-vedere-nelle-carte-interne-del-vaticano-850851/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29
http://www.uaar.it/news/2011/05/11/corte-oregon-chiede-carte-interne-del-vaticano-e-datore-di-lavoro-dei-preti-accusati-di-abusi/

11/05/11

Le valutazioni "politiche" della Moratti

Quella che segue è una valutazione politica, parola di ex ministro della Repubblica italiana:
Sono una moderata, a differenza di Pisapia che è stato giudicato dalla Corte d'assise responsabile del furto di un veicolo che doveva servire per il sequestro e il pestaggio di un giovane
Elezioni amministrative: evento che ci viene presentato come possibilità di rinnovo per le nostre città, perchè porta nuove idee e nuovi volti nelle amministrazioni comunali. Questa la teoria, poi c'è la realtà dei fatti. Una realtà in cui basta seguire un confronto tv fra due candidati per accorgersi che non cambia proprio nulla, nè di idea nè di faccia. E i toni delle discussioni restano sempre quelli, urlati ma ignominiosamente bassi, tipici della politica fatta in casa nostra.
Come è successo al Pisapia di turno, adesso in ballottaggio per il trono di Milano, quando, al termine di un confronto con la Moratti, si è sentito ribadire dalla stessa ex ministro che lei è una moderata, e che lui invece è ladro e complice di picchiatori. Così, senza tanti commenti e senza nessun collegamento con l'argomento del dibattere, mentre la trasmissione volgeva al suo termine. L'accusa, che richiama fatti del 1977 e per cui un prima sentenza ci fu già nel 1984 (amnistia) e per cui il secondo grado ha prosciolto Pisapia, viene contestata entro pochi giri di lancetta: Pisapia ha rivelato di essere stato assolto definitivamente, e le sue dichiarazioni sono state confermate e spalleggiate addirittura da quello che all'epoca fu il suo accusatore in aula, il procuratore aggiunto Armando Spataro: "Tirare fuori questa vicenda è strumentale - ha commentato - Pisapia fu assolto in fase istruttoria sia dall'accusa di banda armata sia per il furto".
Per trovare parole di difesa, invece, gli amici politici dell'ex ministro Moratti ci hanno messo qualche ora, e le uniche dichiarazioni degne di nota - comica - sono state quelle rilasciate nel pomeriggio dalla Moratti istessa: "Non volevo entrare nel merito della vicenda giudiziaria ma fare una valutazione politica". Certo, nella tipica maniera in cui si fanno le valutazioni politiche di questi tempi: senza parlare di politica, ma tirando fuori storie e storielle da dossier prepagati e preparati ad hoc.
Se anche Bossi ha ritenuto opportuno non fare i suoi soliti commenti a muso duro ci sarà un motivo: con ogni probabilità questa valutazione politica della Moratti è devvero indifendibile; altra prova può essere anche il crollo nei voti dell'ultima tornata e la probabilissima sconfitta nella corsa per Milano. Nella speranza di non ritrovarci questa Moratti di nuovo fra i piedi della politica, ricordiamo che lei, ebbene si, è stata condannata dalla Corte dei Conti per i licenziamenti senza giustificato motivo e le consulenze d'oro all'indomani della sua nomina a sindaco. Ma anche questa, in fondo, è una valutazione politica.
http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/10/08/news/moratti_condannata_dalla_corte_dei_conti_consulenza_inutile_quand_era_ministro-7868991/
http://tv.repubblica.it/edizione/milano/l-attacco-della-moratti-a-pisapia/68156?video=&pagefrom=1
http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/05/11/news/sky_il_fango_della_moratti_su_pisapia_faccia_a_faccia_senza_stretta_di_mano-16081939/

28/02/11

L'ultimo scacco al colonnello


Da Parolibero.it (http://www.parolibero.it/it/politica/libia-gheddafi-sanzioni-onu-rivolta.htm)


Adesso Gheddafi è definitivamente solo, in quello che pare il suo inevitabile impatto con la fine del suo regime: negli ultimi giorni, infatti, tutti i possibili supporti a livello internazionale si sono sbriciolati, in quanto anche l'Europa ha preso una posizione ufficiale. Proprio nei giorni in cui il leader appariva in televisione o nella Piazza Verde di Tripoli – quattro volte da mercoledì a venerdì scorso, per confermare la sua vicinanza ai fedeli e per lanciare anatemi contro gli insorti e la comunità internazionale - l'ONU ha approvato la Risoluzione n. 1970, relativa alle prime misure da attuare nei confronti del Paese. Il Consiglio di Sicurezza europeo, con voto unanime, ha disposto il blocco dei beni di Gheddafi e di alcuni famigliari tra cui la figlia Aisha, il divieto per il leader e altre 21 persone in totale di lasciare il Paese, e infine l'embargo sulle forniture di armi e il deferimento alla Corte Europea dell'Aja.

La situazione sociale e politica all'interno del Paese, invece, versa in uno stato di confusione senza precedenti: alcune città e zone sono in mano ai ribelli (soprattutto attorno Tripoli, come Beni oualid e Zintana, o a ridosso del confine con la Tunisia, come Zuara e Nalut), ma la stessa capitale Tripoli è ancora sotto il controllo dei miliziani di Gheddafi: addirittura viene riportato dai corrispondenti che i cittadini avrebbero ricevuto sms con invito a ritirare 500 dinari, presso alcune sedi bancarie, come forma di sostegno fornita dal governo. In città, però, il cibo è sottoposto a razionamento e, dalle zone limitrofe ai confini, è iniziato un esodo che ha portato circa quarantamila persone a lasciare il Paese. La Mezzaluna Rossa, tramite il suo rappresentante Monji Slim, ha chiesto supporto internazionale per le operazioni umanitarie: "Le capacità di accoglienza sono ormai superate, tutti ci aiutino a risolvere questo problema" . La sollecitudine della richiesta coincide con una drammatica realtà della situazione generale, confermata anche dalle rilevazioni dell'Alto Commissiariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che individua una fuga complessiva dal Paese stimata in circa centomila individui.

Al momento, da un punto di vista pratico, una guida del Paese non esiste: anche se dalla giornata di domenica a Bengasi ha preso forma un Consiglio nazionale libico presieduto dall'ex Ministro della Difesa di Gheddafi, Mustafa Abdel Jalil, l'opposizione ed i rappresentanti degli insorti hanno comunicato di non riconoscere questo organo. Abdel Jalil ha dichiarato che il compito del Consiglio nazionale sarebbe di preparare la strada a libere elezioni in un termine di tre mesi. Fra le prime proposte di Abdel Jalil, resa nota in un'intervista al quotidiano Quryna, c'è stata anche quella di voler circoscrivere la responsabilità dell'utilizzo di armi sui civili solo alla persona del Colonnello Gheddafi, e non anche ai famigliari e ai collaboratori più stretti del leader.

Quest'ultimo, le notizie più recenti lo raccontano come rifugiato a Tripoli, nel bunker da cui conitnuano a giungere minacce addirittura all'indirizzo dell'ONU che avrebbe creduto ai media senza mai controllare lo stato effettivo delle cose, e che la situazione sarebbe in realtà sotto controllo nella maggior parte delle zone del Paese. Segue il rifiuto, quindi, di sottoporsi alle disposizioni della Risoluzione che potrebbe essere la mossa ultima sullo scacchiere internazionale. Lo scacco matto, invece, potrebbe arrivare da quelli che il Colonnello ha considerato, almeno finora, dei semplici pedoni. I suoi cittadini.

28 febbraio 2011

http://ildemocratico.com/2011/02/25/libia-la-mappa-della-rivolta/


http://www.ilgiornale.it/interni/libia_100000_fuga_emergenza_umanitaria_lonu_approva_sanzioni_contro_gheddafi/libia-gheddafi-profughi-immigrati-fuga-san_giorgio-italiani/27-02-2011/articolo-id=508788-page=0-comments=1

http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/02/201122792426740496.html

http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_27/libia-onu-sanzioni-gheddafi_6612cf30-424a-11e0-873c-64f8d558fc3b.shtml

27/02/11

assenti INGIUSTIFICATI

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dopo solo 12 giorni di rivolta civile in Libia, ha approvato le misure per mettere un freno a Gheddafi e ai suoi sostenitori. il conto di vittime e di sfollati in fuga dal caos totale è fatto di zeri, zeri mai doppi. zeri tripli, almeno, che seguono cifre in rotazione come un contatore del gas.

Le agenzie ONU danno in 100.000 il numero dei fuggitivi verso le frontiere. Di fronte a questo numero, credibile, la domanda è rituale e, ritualmente, non avrà risposta: come mai si è dovuto attendere dodici giorni? Dodici ripetizioni di ore in ordine di 24 in cui i cronisti di tutto il mondo, compreso quello immediato del web, hanno fatto vedere e sentire cosa stava succedendo. Magari i militari non entravano davvero nelle case, magari in alcune zone del Paese la situazione è diversa da come ce la costruiscono i media a diffusione nazionale o mondiale, ma la gente coperta dai veli c'era lo stesso, così come gli spari e le cariche. Anche i primi racconti degli italiani rimpatriati paiono confermare lo stato delle cose. Quindi, perchè?

La Comunità internazionale lo conosce bene il leader della Libia, tutti lo conoscono, e sanno che il suo cavallo più prezioso non rumina dal libretto verde che anche l'ultimo Gheddafi, ma con veemenza ben diversa dal primo, sventolava qualche giorno fa, prima di chiudersi nel bunker. La biada è altro, ed è sotto i piedi. é idrocarburica. Nove miliardi di metri cubi all'anno ne importiamo, nel bel Paese. Poi Germania e Francia. Poi petrolio, ovviamente, che va non solo in Italia (1.36 milioni di barili nel 2009), ma anche in Spagna.

Quindi è normale che ci si metta sempre qualche giorno, prima di alzarsi dal tavolo e dire "Ci sono" e aggiungere che sarebbe il caso di mandare qualcuno a vedere che succede, se Gheddafi sta davvero sparando alla folla o la bombarda. Anche senza punto esclamativo si poteva parlare, o con quel tono tipico di chi nella voce non ci mette manco quel mezzo tentativo di risultare credibile. Ma Ban Ki-moon ha parlato solo ieri, dopo le sanzioni: "Spero che il messaggio sia ascoltato e preso in considerazione dal regime in Libia" e "Il voto manda un messaggio forte: le gravi violazioni dei diritti umani di base non possono essere tollerate". Dai, sembra Casini. E' una carezzina sulla capoccetta, non una dichiarazione diretta ad un dittatore accusato di crimini contro i civili.

Quindi, mentre la Mezzaluna Rossa si vedeva riempire le tende di sfollati che si sfollavano da qualcosa, i massimi leader dell'Europa unitissima guardavano binocolanti ai forse e ai chissà di una guerra civile sotto controllo o forse no. Ma, per sedersi e bloccare un dittatore sanguinario che c'è ricascato, c'è sempre tempo.

... Ficupala: Presente; Minicazzu: Presente; ONU: Assente; Fallalà: presente; ...

25/02/11

Ritorno sul luogo del delitto

Non potevo andarmene così, come uno che si assenta senza giustificazione. Ora, spiegazioni non ne dò comunque, ma rieccomi: Strangoglio e veleno 2.0.

L'ispirazione per il passo che mi porta nuovamente sulla tastiera, eccola (e non la cito perchè voglia far sapere che la condivido o meno, ma per far capire che mi ha fatto riflettere):


Retorica di sinistra (N. Balasso)

Ho sempre trovato vacuamente retorico l’inno di Mameli, non per il buon Mameli, che era anche tanto giovane e quindi giustificabile, ma perché qualunque inno è necessariamente retorico. Ora che lo canta Benigni non vedo perché dovrei cambiare idea. Se poi dovessimo cantarlo tutto intero, ci sarebbero anche strofe a dir poco imbarazzanti per chi crede nella democrazia. Che l’Italia sia unita nella crescita culturale e sociale di un Paese mi va bene, che l’Italia sia unita nella retorica del volemosebene o dell’orgoglio dei soldati no.

L’orgoglio è un sentimento pericoloso, non vedo perché dovrei sentirmi orgoglioso di essere italiano, quando questo dovrebbe significare che preferisco essere italiano invece di francese o lèttone o curdo o israeliano o americano. Mi sarebbe indifferente appartenere a qualsiasi nazionalità, perché ritengo che l’amor patrio sia una cosa vuota oltre che pericolosa. E in fondo non è da questo che nascono le guerre? Non è dagli inni nazionali? Non è dallo stringiamci a coorte? Dalle bandiere?

Quando al telegiornale danno notizia di un disastro o di un attentato all’estero, si affrettano a dire che fra le vittime non vi sono italiani. Ma, fatte salve le preoccupazioni degli eventuali parenti delle vittime, per quale motivo dovrei sentirmi sollevato se fra centinaia di morti non ci sono italiani? Non sono morti gli altri? C’è da dispiacersi meno se i morti non parlavano la nostra lingua? Rispondere alla retorica della Lega con una retorica ancor più vecchia non mi sembra cosa utile. No, Benigni che canta l’inno nazionale non mi commuove affatto e a dire il vero mi preoccupa una sinistra che sembra rispondere alla mancanza di moralità e all’arroganza dei governanti con un bigottismo cieco o una vacua retorica.

Il brano è tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/02/20/retorica-di-sinistra/93129/


Grazie.