21/10/11

Muhahaha'ammar

18/10/11

La protesta, come prima e come sempre

fonte: Parolibero.it

L'equivalenza non è chiara, eppure dovrebbe essere lampante sotto i nostri occhi: centomila persone in piazza, su una popolazione di oltre sessanta milioni, non sono nulla; potrebbero essere un campione rappresentativo, certo, ma non è di statistica che si parlava sabato scorso, a Roma, e nelle altre piazze del mondo, e non è con un numero sì sparuto di manifestanti, quand'anche fossero stati un milione o più, che si può sperare che cambi qualcosa. Le motivazioni sono almeno tre e in nessuna di queste rientrano le azioni di chi lanciava sampietrini o sfasciava alla bisogna; per queste azioni si può utilizzare il termine “corollarie”.

Motivo uno del fallimento: la piazza, e non si parla fisicamente di piazza San Giovanni, è lontana dai palazzi dove si prendono le decisioni. Da quei palazzi, gli occupanti manco si affacciano perché benissimo sanno che le regole le si impartisce dall'interno, dalle poltrone e dai tavoli in cui (ci) si spartisce il reddito di un intero paese mentre il diritto al lavoro, alla pensione, alla scuola e alla sanità si declassano a voci di bilancio ridimensionabili nei momenti di crisi. La piazza è lontana, la piazza non si può sentire. Basta rimembrare il vergognoso trattamento riservato alle idee del prof. Biagi, le cui teorie sono state riadattate (leggasi: “volutamente snaturate”) per piegare e fiaccare la parte migliore della forza lavoro italiana? In quel caso, correva l'anno 2002, le stime parlavano di tre milioni di persone in piazza, di un movimento epocale, da primavera o da ottobre rosso. Inascoltato, però. Forse non si è urlato abbastanza. O forse c'era troppa distanza da chi doveva ascoltare.

Motivo due: qualsiasi assembramento di soggetti, quando si supera una certa soglia di numero e tensione, può dare luogo alla presenza di individui che possono agire approfittando dell'anomia di cui si gode quando si è all'interno di una folla, nel bene e nel male. La regola vale se lanci un sampietrino, come se gridi lo slogan di un partito che non stimi ma trovi giusto in quell'occasione. È la massa, baby. Non tutto si può prevedere, non tutto si può controllare. Tien'anmen 1989, Seattle 1999, la storia docet e le dinamiche sono le medesime, così come i risultati: se questi soggetti riescono a mandare in malora il senso della manifestazione - non il discorsetto finale, attenzione, ma l'equivalenza “più siamo in piazza, prima e meglio cambiano le cose” - per un numero di persone che è a loro superiore in misura di centocinquanta volte, vuol dire solo che quelle poche centinaia di facinorosi sono estremamente brave, o che c'è qualcosa sotto.

Motivo tre, vale a dire “vediamo cosa c'è sotto”: nulla, non c'è assolutamente nulla. Come nelle prime pagine dei quotidiani di casa nostra, all'indomani dei fatti; nessun commento sui motivi della discesa in piazza, nessuna intervista per capire cosa si farà. Solo la grande e assordante grancassa delle dichiarazioni di condanna unanime - bella forza - delle proposte di identificazione, scotennamento e, perchè no, di eliminazione fisica dei responsabili. Da questi titoli si contano tre giorni, e non ci sarà più nemmeno quello. Esempio storico è Genova, 2001: ne parliamo ancora solo perchè qualcuno non si è più rialzato dal selciato di quella piazza: i motivi se li ricorda ancora qualcuno? Era il G8? Ma è cambiato qualcosa da allora?

Chi scrive, alla manifestazione non è andato. Non ci va da tempo, alle manifestazioni. Lascia lo spazio ad altri, che per illudersi – di cambiare in questo modo lo status quo - c'è sempre tempo.

18 ottobre 2011

http://www.repubblica.it/online/politica/manifestazione/arrivo/arrivo.html
http://en.wikipedia.org/wiki/WTO_Ministerial_Conference_of_1999_protest_activity
http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_piazza_Tiananmen