23/10/10

Polizia e governo ai ferri corti: sospetto golpe in Ecuador

Una mattina che non pareva potesse degenerare a tal punto, con scontri a fuoco in mezzo ai malati di un ospedale nel tentativo di sequestrare il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa. Tutto inizia intorno alle 7 del mattino, quando circa mille agenti di polizia, nella capitale Quito, si rifiutano di iniziare il turno di lavoro, per protesta contro la decisione del Governo di non rinnovare benefici fiscali, indennità e stipendi. Correa si reca direttamente a colloquio con i rappresentanti della protesta, ma il tentativo di pacare gli animi non riesce, e si sviluppano scontri che costringono il Presidente, ancora convalescente per l'operazione al ginocchio di qualche settimana fa, a recarsi in ospedale per una intossicazione causata dai gas lacrimogeni.
All'interno della struttura penetrano anche gli agenti insubordinati, che iniziano una vera e propria caccia all'uomo, generando una sparatoria in mezzo alle corsie nel tentativo di raggiungere il reparto di ginecologia, dove Correa si era rifugiato, protetto dalla sua scorta e da alcuni militari. Proprio i militari riescono a trarre in salvo il Presidente, ma il bilancio dello scontro è pesante: tre persone sono rimaste uccise e diverse centinaia sono i feriti fra ospedale e manifestazione. Inoltre, nel corso della mattinata, sono state compiute numerose operazioni di saccheggio e rapine, approfittando della mancanza delle pattuglie di Polizia. Al momento, sono stati confermati tre arresti per quanto riguarda la responsabilità dell'attentato: si tratta di tre colonnelli della Polizia.
Pochi minuti dopo il salvataggio, Correa viene portato all'interno del palazzo di Governo, da cui viene trasmesso un messaggio di circa un'ora in cui il Presidente ha ribadito di esser stato vittima di “Un tentativo di colpo di Stato guidato dall'opposizione e da alcune sezioni delle forze armate e della Polizia”. Correa dichiara anche lo stato d'emergenza, per via della diffusione delle proteste su tutto il territorio nazionale, e precisa che sarà ritirato solo al rientro alla normalità.
Alcuni analisti interpretano gli eventi come un vero e proprio gtentativo di colpo di stato, e le motivazioni sarebbero da ricercare nella politica portata avanti da Correa negli ultimi anni; da ricordare, infatti, la sua coraggiosa decisione – nel 2008 - di non ripagare il debito estero in quanto “illegittimo” e “immorale”, appoggiata dalla popolazione che ha addirittura presentato una denuncia penale ad alcuni ex-Presidenti (tra cui Gutierrez, l'ultimo in carica) per accordi e contrattazioni nella gestione del debito pubblico, a partire dal 1976. Secondo alcune fonti, sarebbe proprio per questi sviluppi che sarebbe stato ordito l'attentato, e per impaurire l'azione del governo e dei parlamentari; o proprio per sequestrare Correa.
Ammonta a quasi quattro miliardi di dollari (10,6% del totale), il debito immediato (scadenza 2012) di cui sopra, ultima tranche di una somma da aggiungere ai 120 miliardi pagati fra il 1982 e il 2006; per questi ultimi, sono stati necessari continui prestiti che solo a grande fatica il Paese sta riuscendo a ripagare, giungendo per esempio nel 2009 a riacquistare il 91% dei suoi titoli di stato a circa un terzo del loro valore originario. Le altre scadenze per i pagamenti sarebbero il 2015 e il il 2030.
Adesso la capacità di recupero della situazione, politica, economica e sociale è tutta nelle mani del presidente Correa, che può comunque contare su un Parlamento in linea e su un'importante conferma di fedeltà da parte del Capo di Stato Maggiore, Ernesto Gonzalez. Il capo della Polizia Freddy Martinez, invece, ha rassegnato le dimissioni la sera stessa dell'attentato.

da www.parolibero.it

http://www.repubblica.it/esteri/2010/09/30/news/ecuador_quito-7593475/
http://www.unimondo.org/Guide/Economia/Debito-estero/Ecuador-stop-del-governo-alla-restituzione-del-debito-illegittimo
http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/ecuador-ospedale-uccidere-correa-572914/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

11/05/10

Honduras: la crisi uccide anche il giornalista Orellana

È passato quasi un anno dal golpe che ha estradato il presidente Zelaya e consegnato il potere nelle mani dei militari, prima, e di Porfirio Lobo poi. Eppure le promesse di conciliazione sociale fatte dal nuovo presidente stentano a trasformarsi in realtà: i militari sono ancora per strada e, di fatto, il clima è quello di un continuo susseguirsi di sequestri, uccisioni e minacce. Dall'inizio del 2010 sono già stati uccisi cinque giornalisti, e molti altri sono stati esiliati assieme a esponenti della cultura e della politica anti-golpe.
Molti commentatori internazionali inseriscono in questo lungo momento di crisi anche la morte di Jorge Alberto Orellana, in quanto giornalista legato all'area moderata. Orellana aveva abbandonato l'anno scorso il suo lavoro a Televicentro, dopo aver compreso l'atteggiamento favorevole della redazione nei confronti dei golpisti.

Un colpo alla testa, mentre usciva dalla redazione della televisione nazionale honduregna dove registrava la striscia quotidiana “En vivo con Georgino”, ed è silenzio: nessuna traccia, nessun indizio o collegamento, se non quello degli altri cinque colleghi che sono stati uccisi nelle ultime settimane; si tratta di un numero impressionante, che fornisce una cifra importante e drammatica della tensione che si respira nel Paese.
Mentre il Ministro per la sicurezza Alvarez si è pronunciato condannando l'omicidio, ma ha escluso che Orellana e gli altri giornalisti siano stati uccisi per il loro lavoro, il Fronte nazionale per la resistenza contro il golpe individua precisi meccanismi dietro la violenza di questi mesi: in effetti, i giornalisti legati più o meno visibilmente alla resistencia contro il golpe sono stati vittime di sequestri o attentati veri e propri, ed il caso di Orellana presenta tutte le caratteristiche di un'azione compiuta da sicari.
Tutto il panorama della diffusione informativa ha subito drastici cambiamenti da quando il generale Velàsquez ha preso il controllo dell'agenzia nazionale delle comunicazioni. Tanto manifesta è la volontà di repressione, che alcune delle stesse compagini che hanno sostenuto il golpe adesso chiedono a Lobo di avviare un'inchiesta: bisogna capire cosa o chi c'è dietro la morte di Orellana e degli altri giornalisti. Ne va dell'equilibrio sociale interno e dei rapporti con l'estero.
Nelle prime fasi della crisi è prevalso uno scetticismo internazionale, nei confronti dell'Honduras guidato da Micheletti provvisoriamente e poi da Lobo: ciò in quanto il sospetto che le elezioni successive al golpe siano state poco pulite e assolutamente non rappresentative della volontà popolare. L'embargo USA e il mancato – iniziale – riconoscimento di Micheletti fu una prova importante da superare. Adesso che l'embargo è stato ritirato e che la comunità internazione, quasi nella sua totalità, riconosce Lobo ed il suo governo, rimane la questione interna da sistemare.
Si tratta di un'ardua missione, che potrebbe indirizzare su piste interessanti ma molto calde e, probabilmente, non percorribili fino in fondo: ma il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, che in Honduras sta indagando sulla morte di Orellana e su quella degli altri giornalisti (Mairena, Juàrez, Palacios Arteaga, Meza e Hernàndez Ochoa), chiede un'azione rapida e decisiva per fermare l'ondata di violenza che sta limitando i media locali.
10 maggio 2010
http://www.hondurasweekly.com/press-releases/TV-Journalist-Georgino-Orellano-Killed-in-San-Pedro-Sula.html
http://it.peacereporter.net/articolo/21498/Honduras,+assassinato+il+giornalista+Orellana
http://www.sipiapa.org/v4/index.php?page=cont_comunicados&seccion=detalles&id=4364&idioma=us

01/04/10

La California voterà per la marijuana legale

Bastavano 434mila firme valide, invece ne sono state approvate quasi 520mila delle 700mila consegnate: il popolo della California, alle prossime elezioni, sarà quindi chiamato ad esprimersi sulla legalizzazione della marijuana per uso personale, con una nuova definizione in termini di quantità per possesso e metratura di coltivazione attraverso un ''Regulate, Control and Tax Cannabis Act''.
L'evento è storico, dopo i 14 anni passati dall'atto che rendeva legale l'utilizzo della cannabis - anche se esclusivamente per scopi terapeutici - ed un referendum fallito nel 1972; la strada verso cui ci si potrebbe incamminare adesso, però, ha tutta un'altra pendenza, in quanto recherebbe una nuova prospettiva, attuale e molto rilevante per la California odierna, quella economica.
Il dissesto fiscale attuale della California guidata da Schwarzenegger è stimato intorno ai 20 miliardi di dollari, al momento in cui scriviamo: un buco enorme, per lo Stato più ricco della Federazione, un problema da risolvere efficacemente con una soluzione rapida e che goda di un modesto consenso popolare, pena la disfatta totale alle elezioni di mid-term ed il rischio di lasciare un gran brutto ricordo nelle tasche dei cittadini.
La marijuana protrebbe rappresentare una validissima iniezione di denaro nelle casse dello Stato (circa 1,4 miliardi di dollari, in forma quasi immediata), in quanto la sua legalizzazione renderebbe possibile una tassazione fruttuosa e accenderebbe la fiamma di un mercato fattibile ed espandibile, che sta già comunque formandosi attraverso vari soggetti privati, singoli e societari. Inoltre, la legalizzazione creerebbe un flusso monetario di ritorno, con un drastico taglio alle spese di lotta al narcotraffico: circa 13 miliardi, da conteggiare assieme ai 7 miliardi derivanti dalla tassazione complessiva dell'indotto.
Richard Lee è il punto di riferimento in materia di antiproibizionismo, nonchè il promotore della campagna referendaria e il fondatore della Oaksterdam University. Lee, 47enne, in un'intervista successiva alla convalida dei voti per il referendum, ha citato uno studio (del California Field Poll, guidato da mark DiCamillo) secondo il quale ben il 56% della popolazione californiana sarebbe per la legalizzazione e la tassazione della cannabis, al pari di alcoolici e tabacco.
Nella proposta di legge sostenuta da Lee e appoggiata apertamente da scienziati, movimenti sociali e persino forze di polizia locali, i numeri relativi a detenzione e coltivazione: non prima dei 21 anni d'età, un'oncia (28 grammi circa) a persona e la possibilità di coltivare 2 metri quadri per ogni abitazione; nella stessa proposta, la pericolosità di un possibile precedente per scardinare la normativa federale, attualmente intransigente anche sull'uso medico (che in pochi Stati, tra cui la California, è comunque permesso grazie a leggi di deroga alle disposizioni del Congresso).
Da un lato, quindi, uno Schwarzenegger che già si è pronunciato favorevole alla tassazione della cannabis, dall'altro un Governo che sull'argomento non pare avere posizioni troppo chiare. In mezzo, la California e la crisi fiscale in cui versa e la possibilità di ri-donare equilibrio ai piatti della bilancia con uno sforzo limitato e un'azione immediata.
http://www.repubblica.it/esteri/2010/03/27/news/tassa_marijuana-2932546/
http://droghe.aduc.it/notizia/california+cannabis+raccolte+firme+referendum_115669.php
http://www.asca.it/news-USA__CALIFORNIA_VOTERA__A_NOVEMBRE_PER_LEGALIZZAZIONE_MARIJUANA-904689-ORA-.html
http://www.libero-news.it/regioneespanso.jsp?id=378250

14/03/10

Tulipani neri e chiome biondo platino


La terra dei tulipani nel 2010 riserva sorprese a non finire: dopo le recenti strette in materia di legalizzazione delle droghe leggere e sul loro consumo, un'altra notizia filtra atraverso le Alpi e ci illumina di nero: i risultati delle elezioni amministrative di inizio marzo, con la vittoria del Partito per la Libertà guidato dalla chioma sfolgorante di Geerte Wilders.


I motivi dello sconcerto personale e di gran parte dei commentatori internazionali (Ban Ki-Moon, segretario generale ONU, lo ha definito nei mesi scorsi "Offensivo e islamofobico") risiedono nella chiara avversione di Wilders e dei suoi per i credenti di fede islamica, presenti o meno nella Nazione dei Paesi Bassi. Il fatto, poi, che il Pvv (questa la sigla in in lingua) si sia decisamente imposto nei due seggi in cui si è candidato, Almere e L'Aja, accende una serie di lampadine di dubbio e paura a livello politico e addirittura governativo.


Politico, perchè si tratta di un partito che, attualmente conta su 9 rappresentanti, in un Parlamento di 150 membri, che potrebbe averne 24 se le prossime elezioni politche confermassero il trend in salita dei consensi per il Pvv.


Governativo, perchè un soggetto che si fa rappresentare in Parlamento con 24 membri deve essere necessariamente preso in considerazione, a maggior ragione se parliamo dell'Olanda, Paese in cui il Governo (di coalizione) è caduto circa un mese fa sulla questione del rifinanziamento della missione in Afghanistan. In parole povere, per la costituzione di un'intesa governativa, Wilders avrebbe largamente di che mettere lo zampino.

Il partito in questione, sulla politica interna, propone un deciso freno all'immigrazione di soggetti di fede islamica, o provenienti da paesi a maggioranza musulmana, con maggiori controlli e blocchi negli ingressi; inoltre, prevede anche anche restrizioni ai soggetti già residenti nel Paese, come la rimozione di veli e simboli religiosi (di quella religione, ndr) nei luoghi pubblici.

La tendenza del biondoplatinato Wilders, per gli affari esteri, è assolutamente contraria all'Europa dell'integrazione e del possibile accoglimento in essa della Turchia, e si accompagna con alcune prese di posizione molto pesanti che lo situano inconfondibilmente contro l'Islam e le sue manifestazioni; sue sono, infatti, dichiarazioni come "Io non odio gli islamici, io odio l'Islam" o "Non esiste un Islam moderato".

Il film "Fitna", commissionato e scritto da Wilders nel 2008, oltre che una conferma delle idee anti-islamiche di Wilders, è stato al centro di una querelle internazionale: invitato nel febbraio 2009 per la proiezione del film alla House of Lords inglese, Wilders si è visto rifiutare la possibilità di ingresso nel Paese guidato da Gordon Brown proprio per via delle idee che il film in questione manifestava. A Wilders è stato affibbiato lo status diplomatico di Persona non grata e, una volta in aeroporto a Heathrow, si è visto riaccompagnare sul primo volo disponibile verso casa. Di tutta risposta, Wilders ha apostrofato Brown come "Il più grande codardo in Europa".

Ovviamente qualche mese dopo, una sentenza del Tribunale per l'asilo e l'immigrazione inglese ha riabilitato Wilders all'ingresso e alla proiezione di Fitna, ma lo scandalo mediatico si era già diffuso con tutte le varie bollature di xenofobia e ultranazionalismo a carico del Pvv e del suo leader.

Adesso bisognerebbe attendere le elezioni politiche olandesi, a giugno prossimo venturo, per capire se il seme nero è stato ben piantato dal contadino biondo-platino, e se ci si deve attendere qualche scenetta retrò a base di ronde e di tradizioni da salvaguardare dall'invasione islamica. Do you remember Pontida, Italians?


19/02/10

Civile protezione?

Tutti con le bocche aperte e con i cuori in subbuglio: possibile che ci sia del marcio anche nella Protezione Civile, uno dei soggetti a cui affidiamo tutto quello che abbiamo nei momenti di emergenza più drammatici? Possibile che, con le vagonate di lacrime che gli italiani erano intenti a spalare via dai loro cuori, non ci sia accorti che Guido spalava praticamente solo dal suo lato o da quello di chi doveva? Possibile che progetti, contratti, direzione dei lavori, ordini, commesse, consulenze, assunzioni, forniture, controlli fossero come una corrente, molto pescosa, nel mare magnum, da seguire e sfruttare costi quel che costi (ai cittadini)?

Possibile, c'è del gran bel marcio da quelle parti. Infatti, inchieste a caso non se ne aprono, ormai lo abbiamo capito. Lui prova a dimettersi, corretto, quasi inglese: una parvenza di onorabilità; il Primo Ministro invece lo blocca, lo difende a spada tratta, e propone di privatizzare un soggetto pubblico proprio nel momento in cui si sospetta che la pubblicità del soggetto sia servita a coprire gli interessi privati di alcuni al suo interno o attorno ruotanti.

Non ci ricorda qualcosa? Non ci sovviene dei tentativi attuali e persistenti con cui si cerca di comprimere tutto il potere esistente nella nostra democrazia nello spazio compreso fra due mani ed un solo nome e cognome?

Allora perchè non fermare un attimo i giochi? perchè non indagare, e poi privatizzare, al limite? perchè la giustizia, di cui tutti si dice che si abbia una gran sete, non può lavorare senza che si dipinga subito un quadro di rossi giganti con le toghe e i martelloni? In fin dei

La riflessione è d'obbligo, con i tempi che corrono, signori: Bertolaso, uomo difeso da Letta e Berlusconi, tutti soggetti indagati, intercettati e interrogabili, perchè spalla a spalla nei momenti in cui le decisioni sono state prese. Come amici che lavorano assieme.

Ma si poteva capire prima? E' vero che era tutto sommerso, tutto al buio? Non proprio: le inchieste di Travaglio e Gatti alla Maddalena (e poi a L'Aquila) avevano cominciato a far emergere qualche scheletro. o almeno qualche dubbio.

Allora si poteva già cominciare a dubitare dell'uomo che prende pedissequamente ordini da Silvio e Gianni, qualche calamità addietro? Una persona la si poteva giudicare anche a partire dalle amicizie che intratteneva, da chi lo ha nominato o da chi lo ha sempre difeso prima ancora che si potesse sollevare il velo delle eventuali critiche? Certo, nel caso del Giuda traditor la valutazione sarebbe stata più semplice: cattivo lui (per tradizione), buoni tutti gli altri. Ma qui la questione sarebbe, al limite, ribaltabile (loro cattivi, lui buonissimo) o spalmabile, come cattiveria, sui tre componenti del trumvirato.

Adesso pare che qualcuno se ne sia accorto, magistrati e cittadini civili ex-fiduciosi. E non è dalla furia dei primi che si dovrebbero eventualmente proteggere, Bertolaso ed i suoi, ma dallo sdegno giustificato dei secondi.

01/02/10

L'isola in mezzo fra USA e Cina


Taiwan è una piccola isola che si affaccia sul Pacifico. Piccola, ma neanche troppo. alle volte, quando la congiuntura politica internazionale è alla giusta temperatura, basta che si scoperchi il piccolo tappo e la pentola a bollore esplode in tutta la sua potenza. E' quello che sta succedendo in questi ultimi giorni, da quando gli Stati Uniti hanno annunciato la vendita di armamenti a Taiwan. Se la pentola è il calderone delle geopolitiche mondiali, adesso, fra stelle e strisce e repubbliche ex comuniste che ora sono capital-qualcos'altro, il piccolo tappo è stato fatto saltare - da lontano - con precisione da cecchini.

Infatti la Cina di Hu Jintao lancia fuoco e fiamme contro Washington, perchè fornire armi ad uno stato non riconosciuto e con cui si ha una questione di indipendenza annosa e spinosa, è grave e offensivo anzichenò. Quindi partono le minacce di sanzioni per le società che effettueranno di fatto la consegna, e la voce viene alzata da Pechino anche nel dire che gli scambi di visite militari con gli usa si interromperanno.

L'equilibrio precario di una situazione come quella che stiamo vivendo in questi ultimi anni passa oggi attraverso piccoli eventi, cunei in cui la tensione si inasprisce politicamente per alcuni giorni; in questi momenti si fa la politica internazionale, si manifestano le forze le gioco e la potenza delle voci. Fino ad ora, di fronte all'emersione potente della Cina, Obama non pare tenere troppo in considerazione gli artigli che il Drago comincia a mostrare, ma è anche evidente che sempre di un drago si tratta.

La questione su Google, quella sui diritti del popolo tibetano e le varie arbitrarietà umanitarie del Governo cinese sono il peso negativo sul piatto rosso, bastevoli a qualificare quello di Beijing come un pessimo soggetto con cui relazionarsi; ma sull'altro lato sono appoggiate risorse minerarie, possibilità di espansione e mercati nuovi da creare. La Cina del post-duemila è un Giano Bifronte, con cui servono mix, calibrati di volta in volta, a base di diplomazia e fermezza. Una bella prova, per Obama e per la comunità internazionale che deve comunque gestire l'afflusso impetuoso di umanità e merci prodotte.

Dall'altro lato, la Cina non è poi così lontana: gli Stati Uniti si muovono e stanziano sempre più verso l'Est, perchè, dopo l'Iraq e l'Afghanistan, nel'alfabeto della geopolitica viene con ogni probabilità l'Iran; da un lato ci sono degli evidenti interessi da difendere e, dall'altro, delle tavolozze da non toccare perchè influenzate da altri colori. Il tutto con miliardi di spettatori sul passivo andante e con una piccola nazione/non nazione (dipende dal colore della bandiera attraverso la quale si guarda) che fa da ago della bilancia.

09/01/10

L'importanza di chiamarsi Obama. E di scegliere Amanda



Organizzazioni per i pari diritti degli omosessuali e dei transgender, e simpatizzanti relativi, gioiscono da qualche giorno per un avvenimento made in USA che potrebbe cambiare lo scenario lavorativo nel giro di pochi anni. Il protagonista è il presidente Obama, che pare stia facendo della sorpresa una strategia politica per accaparrarsi consensi eterogenei e forti in aree sociali che fino a qualche tempo fa non avrebbero riscosso l'interesse della Casa Bianca.

Il fatto: la nomina, come Senior Technical Advisor to the Commerce Department (consigliere capo del Dipartimento per il Commercio) della signora Amanda Simpson, ai tempi Mitchell. Si tratta della prima carica, a livello così alto, per un omosessuale dichiarato o un transgender.

Era un uomo, ebbene si, e adesso la Simpson è una donnona imponente che sorride contenta e che si augura che la sua nomina dia inizio, non solo nell'Amministrazione a stelle e strisce, ad una apertura del mondo lavorativo anche alle persone omosessuali e transgender. I precedenti, in effetti, c'erano già nei mesi passati: ad Obama sono bastati i pochi mesi dall'apertura dei suoi lavori per nominare circa un centinaio di funzionari reduci da più o meno discussi outing.

Quindi qualcosa nell'aria c'era già. Adesso, però, assieme ai suoni della festa e alle bottiglie stappate per i festeggiamenti, si alza la nuvolaglia conservatrice filo-cristiana, che pretende ascolto e ragione.

Infatti, la decisione di Obama riguarda, per adesso, l'ambito federale. Al Congresso, però, c'è un documentino, tale "E.N.D.A." (Employment Non-Discrimination Act) la cui approvazione potrebbe proteggere, a tutti i livelli lavorativi e in ogni parte della nazione, gli omosessuali ed i transgender facendo dell' "orientamento sessuale" una categoria protetta e dei transessuali un'identità di genere.

Orrore tremendissimo per il Family Research Council, il quale, appoggiando anche altre dichiarazioni di Peter LaBarbera (attivista del gruppo "Religious Right"), pubblica le seguenti parole come monito et sententia:

"All American employers including Christian owned businesses and potentially Christian ministries would be affected.
"Gender identity disorder" is a recognized mental illness that should be treated-not affirmed and protected. And the right of employers to set "dress and grooming standards" for their employees should include the most basic standard of all-that people dress in a way appropriate for their biological sex.
Don't let Congress and President Obama force American employers to hire homosexuals, transsexuals, and cross-dressers."
I tempi stanno cambiando, questo pare indubbio: si tratta di attendere alcuni anni e decisioni di questo tipo, lo spero fortemente, non faranno più tanto scalpore in quanto la nomina di un ex-uomo (o di una ex-donna, o di un/a omosessuale) ad una carica pubblica o ad un posto di lavoro di responsabilità non sarà più percepita come una mina per il sistema dei valori. Una divisione non può mai essere un valore, in quanto crea tensione nell'ambito sociale all'interno del quale si manifesta. L'operato di Obama pare andare esattamente nella direzione dell'attenuazione delle tensioni fra le classi sociali USA. La riforma sanitaria appena iniziata potrebbe essere usata a mo' di esempio ulteriore.

E' chiaro che dovremo ancora sopportare i cristiani e tutte le altre sette religiose, all'interno delle decisioni laiche e strettamente funzionali che dovrebbero caratterizzare l'operato politico; discriminazioni vecchie di secoli, baste su scritture vecchie (e dubbie) e interpretazioni farisaiche delle stesse non si cancellano con il primo presidente di colore che arriva, o con un avanzato disegno di legge. Ma un passo in avanti, per quanto piccolo, è sempre un passo in avanti.

Un applauso ancora ad Obama, quindi, ed uno alla Simpson per il coraggio. Oltre all'augurio di un buon lavoro.